venerdì, gennaio 20

Per quel che ve ne può fregare....














...fra un mese avrò 52 anni. E non mi chiamo Soufflé. Quello è il nome del mio meraviglioso gatto che vedete nella foto a fianco (della primavera scorsa) mentre schiaccia un pisolino sulla scrivania. “Il Graffio di Soufflé” è il titolo di una rubrica polemica che gli ho affidato sulla mia rivista. Sì, perché faccio l'editore e non trovo nulla di strano nell'affidare una rubrica ad un gatto. Naturalmente non ho sempre fatto l'editore e lo scopritore di talenti felini. Fino a 22 anni ho avuto una vita felice, poi ho cominciato a lavorare. Sono arrivato a Roma nel 1976, proveniente da Bologna, dove studiavo Lingue e Letterature straniere. In realtà dovrei dire che arrivavo da Arezzo, città nella quale i miei s'erano trasferiti da Torino quando avevo quattro anni, ma ormai vivevo a Bologna in pianta quasi stabile... “Ma tu, di dove sei?”, ogni tanto qualcuno mi chiede. Bella domanda. “Equamente distribuito”, potrebbe andare bene come risposta? Le origini della mia famiglia vanno dall'estremo nord al profondo sud ed io, internazionalista viscerale, provo sempre una certa diffidenza verso coloro che dichiarano con orgoglio di essere............. (mettete pure la città che preferite al posto dei puntini) da otto generazioni. Che palle! Ma possibile che nessuno dei tuoi antenati abbia mai sentito l'irrefrenabile impulso di farsi una sana trombata “fuoriporta”? Ah, dimenticavo: delle mie origini toscane conservo il gusto per il linguaggio sanguigno, quindi... regolatevi. Comunque, tornando alle mie origini, parafrasando Oscar Wilde potrei dire che degli italiani “conosco i difetti di tutti ed i pregi di nessuno”. Volendo conoscere anche i difetti degli abitanti di Roma (i romani si sono estinti da secoli...), mi ci sono trasferito nel bel mezzo degli “anni di piombo”, che, nonostante tutto, per me restano un periodo felice. Avevo già fatto le mie prime esperienze lavorative a Bologna, dove arrotondavo facendo il rappresentante per una minuscola casa discografica, la Horo, che pubblicava solo dischi di jazz. Non era esattamente come vendere i dischi dell'Orchestra Spettacolo Casadei, ma riuscivo a pagarmi i vizi. Ricordo che una volta mi telefonò un negoziante di Vignola, il quale non so come aveva saputo che c'era un agente in zona. Ci andai col treno, in pieno inverno. Quando scesi alla stazione mi trovai in campagna, immerso nella nebbia e senza sapere dove andare. Fortuna volle che dalle brume spuntasse una compagna d'università che era scesa dallo stesso treno e che mi diede un passaggio con la sua 500 fino in paese. Fu una giornata decisamente felice. Mai avrei pensato che a Vignola ci fossero tanti appassionati di jazz! Con la ricca provvigione mi potei pure permettere d'invitare a cena in trattoria il mio “faro nella nebbia” del quale oggi ricordo solo il nome: Elena. A Roma, rimasi nel ramo e cominciai a lavorare per una società che si occupava di “promozione discografica”. Non sapete di cosa si tratta? Beh, all'epoca – se eri uno alle prime armi - consisteva nel prendere a cuore le sorti di un cantante o di un complesso senza passato artistico (e molto probabilmente senza futuro) ed andarne a perorare la causa presso “quelli che contano”, ovvero i funzionari radiofonici e televisivi, nella speranza di ottenere un passaggio per il disco del tuo pupillo e/o una comparsata nel programma di punta del momento. Mi raccomando, fate mente locale: sto parlando di un'epoca in cui c'erano due reti televisive e mezza (RAI Tre era solo regionale) e tre reti radiofoniche. C'erano anche le prime radio private, che allora si chiamavano “libere”, ma al centro dei giochi stava sempre “mamma RAI”. Il titolare dell'azienda per la quale lavoravo era uno di quelli che pensano che i soldi non abbiano odore (anche perché se ne sputtanava un bel po' al tavolo da poker prima di avere il tempo di annusarli...) e quindi acchiappava di tutto, senza andare troppo per il sottile. Nel portfolio aziendale c'erano gli artisti della RCA International (sto parlando di gente del calibro di Lou Reed, David Bowie, i Jefferson Airplane e via dicendo) e quelli della Cramps, etichetta alternativa milanese le cui punte di diamante erano gli Area ed Eugenio Finardi. Fin qui tutto bene, ma c'era anche la Baby Records che schierava due pezzi da novanta: Steven Schlaks e Pupo. Schlaks era un sedicente pianista americano che suonava “pezzi d'atmosfera” (delle cagate smielatissime....), si dice di sua composizione. In materia ho sempre nutrito qualche dubbio, così come ho sempre dubitato che sapesse davvero suonare il piano. Aveva una faccia da contabile di pompe funebri, ma era un bravo ragazzo. Lo scarrozzavo fra Via Asiago (la radio) e Via Teulada (la televisione) sulla mia A112 rosso-pomodoro e lui stava lì, buono buono come un tonno in scatola. Il ricordo più divertente risale a quella volta che si presentò con sua “sorella”, in realtà una bellissima zoccola d'alto bordo, reclutata per intrattenere un notissimo e potente giornalista televisivo che, in cambio dei servigi della donzella avrebbe ospitato “il famoso artista” nel suo programma televisivo domenicale. Pupo invece lo andavo a prendere alla stazione Termini dove arrivava direttamente da Ponticino, provincia di Arezzo, con la valigina di cartone. Era un gran bravo ragazzo anche lui, ma non lo conosceva nessuno e, soprattutto, non lo voleva nessuno. Quando andavo a proporre il suo 45 giri (“Ti scrivero”), venivo regolarmente messo alla porta senza mezzi termini: “Ma cosa vuoi farci con questo qui? E' un nanerottolo con una vocetta da cazzo... e poi, 'sta canzone... è proprio 'na stronzata!” Non c'era proprio verso... Due anni dopo, mentre facevo il servizio militare, Pupo “esplose”. I suoi dischi venivano programmati continuamente alla radio, le ragazzine impazzivano per lui ed io intanto mi aggiravo per la caserma con una ramazza in mano dalla mattina alla sera. Cosa facevo? Assolutamente nulla. Avevo semplicemente scoperto che se una recluta si procura una ramazza e la porta a spasso in continuazione, nessun superiore gli chiederà mai niente perché, evidentemente, o è di servizio o è in procinto di prestarlo. Se li vuoi fottere, impara a pensare come loro... Finito il servizio militare, una mattina casualmente incontrai Pupo al bar sotto casa. Aveva preso una “garsonnié” da quelle parti e m'invito ad andare a trovarlo perché: “C'ho 'n bel giro de fica...”. Gli promisi che sarei andato senz'altro e quando uscimmo dal bar m'incamminai verso la mia vecchia A112 rosso-pomodoro che ormai cascava a pezzi. Lui salì su una Mercedes nuova fiammante e partì sgommando. Durante la naja dovevano essere successe un sacco di cose ed io non me n'ero accorto. (Segue)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Sai Cesare, in questi giorni, mentre ero a casa influenzato, riflettevo di quanto siamo stati fortunati, noi che siamo cresciuti (e che continuiamo a crescere) nella seconda parte del 900, in una zona della terra bella e ricca.
Purtroppo ogni tanto capitano periodi o situazioni che ci portano a dimenticare la nostra fortuna e qui occorre fermarsi e buttare uno sguardo dietro le nostre spalle per ritrovare l'equilibrio e la ragione.
Ciao Patton

Anonimo ha detto...

e bravo Cesare, ho avuto conferma che sai scrivere, eccome. Attendo la seconda parte con trepidazione!

G.G.K.