lunedì, febbraio 8

venerdì, gennaio 15

Pishing Follies


Come tutti ricevo la mia buona dose di tentativi quotidiani di phishing ed inculature varie: Poste, banche, truffe alla nigeriana, Valentin e Elena che vogliono una stufa ma andrebbero meglio i soldi, ecc. ecc. Ormai non ci faccio neanche più caso e butto tutto nel cestino quasi in automatico.Ultimamente però sono stato colpito dalla fascinosa Mireille Dadiè da Abidjan che mi manda anche quattro foto (è davvero un bel cioccolatino, mmmh!) e che mi dice che se l'aiuto a recuperare il paio di milioni di Euro che le ha lasciato il papà e che per qualche misteriosa ragione lei non può ritirare, me ne dà 35.000. La cifra non è un granché, ma Mireille è buona e generosa e quindi mi lascia intendere che se sarò molto carino con lei, chissà... Potrebbe addirittura decidere di condividere con me il malloppo e donarmi il suo palpitante cuoricino con annessi e connessi! 

martedì, maggio 19

La voce del padrone non è digitale



Alcuni giorni fa mia moglie ha riportato da Praga un grammofono come questo, che avevo acquistato da un rigattiere di Vinohrady l'inverno scorso e lasciato a casa di amici perché ero già stracarico di bagagli. Si tratta di un "His Master's Voice - Model 101" prodotto in Inghilterra dal 1927 al 1931 e venduto, all'epoca, da un negozio praghese la cui etichetta metallica fa ancora bella mostra di sé di fianco al piatto. Roba da signori, in quegli anni: in Inghilterra il Model 101 rivestito in pelle nera (come il mio) costava 7 sterline. Se lo volevate blu (come quello del video) oppure bordeaux, dovevate tirare fuori altri 50 pences. Poca roba? Mica tanto, se si pensa che gli stipendi medi di quegli anni si aggiravano sulle 2-3 sterline al mese! Io l'ho pagato una sessantina di Euro ed ho fatto un ottimo affare dato che è in condizioni perfette mentre su Internet ho visto esemplari in condizioni precarie venduti a 120-150 Euro. Ieri, mentre lubrificavo gli ingranaggi e lucidavo l'esterno con la cera per la pelle, mi sono casualmente ritrovato a riflettere su di una e-mail di lavoro che ho ricevuto la settimana scorsa da parte di un "povero bischero". Mi scuso per la definizione un po' sbrigativa, ma non saprei come altrimenti definirlo. Eccola qui:

Salve,
ho visto la pubblicita' della vostra rivista sul sito ................ Scusatemi se vi faccio "perdere tempo" perche' non ho intenzione di comprare la vostra rivista, il motivo per cui vi scrivo e' per una mia semplice curiosita': ma non pensate che una rivista cartacea sia ormai "superata"? Per di piu' pubblicizzata su un Forum di Modellismo dove ogni giorno migliaia di utenti pubblicano informazioni, news, consigli ed esperienze? Gratis! Ed il ................ non e' l'unico luogo, esistono forum come .................. o .................... luoghi dove reperire o richiedere informazioni. Se poi si conosce l'inglese la lista dei posti dove ricercare notizie si estende a dismisura... insomma chiedo a voi (come vorrei chiedere a tutte le testate giornalistiche "cartaceee") ma vi pare una via ancora valida da seguire quella di arrivare all'utente finale sotto forma di rivista in edicola se la stessa identica cosa (forse perfino migliore) si puo' procurare liberamente e gratuitamente online? Non era meglio aprire un sito internet ben strutturato con il quale guadagnare con la pubblicita' e con le affiliazioni ai siti che commerciano in modellismo?
Perdonate la mia intrusione solo che la domanda mi e' sorta spontanea...

Saluti
(segue firma)

Che diavolo c'entra il mio grammofono d'antan con queste poche (ma ben confuse) idee espresse in maniera un po' sgrammaticata? Beh', tocchiamoci le palle ed ipotizziamo che il 21 dicembre 2012, come previsto da qualche squinternato convinto di averlo letto sul calendario dei Maya, un cataclisma sconvolga la terra e buona parte della razza umana (incluso il sottoscritto ed i suoi affini) venga annientata. La mia casa scomparirebbe in una nuvola di macerie. I miei computers e tutte le diavolerie elettroniche di cui mi circondo finirebbero in briciole con me ed anche il povero "Model 101", pur passato indenne attraverso una guerra mondiale, l'occupazione tedesca prima e quella sovietica poi, non sopravvivrebbe al colpo finale. Ipotizziamo però che per uno di quegli strani scherzi che a volte fa il destino, uno dei fragili 78 giri di gommalacca si salvi e resti integro sotto ad un mucchio di terra assieme ad uno dei tanti CD dei quali la mia casa è piena. Dissolvenza a nero. Titolo: "2500 anni dopo". Scena: scavi archeologici in quella che 2500 anni prima era una zona urbanizzata dell'alto Lazio. Giovane e bella archeologa (potendo scegliere...) al lavoro fra i ruderi di quella che in tempi remoti doveva essere una civile abitazione. Improvvisamente, da una cavità sotto ad una trave portante in cemento armato, emergono due oggetti che la ragazza non ha mai visto prima. Si tratta di due discoidi di differenti dimensioni, con un foro al centro. Quello più piccolo è fatto di un materiale translucido che un tempo forse è stato trasparente ed è ricoperto da una sottilissima lamina metallica che, esposta all'aria, si sfalda e si polverizza all'istante. Cosa fosse ed a cosa potesse servire è un mistero probabilmente destinato a rimanere tale. L'altro discoide è più interessante: più grande e pesante, è nero e lucido ed ha una curiosa superficie ricoperta da una fitta spirale di solchi grandi quanto un capello che, sotto ad una potente lente d'ingrandimento, mostrano di essere pieni di ondulazioni irregolari. Al centro vi è un foro, più piccolo di quello del discoide translucido, circondato da un cerchio rossastro di qualche centimetro di diametro sul quale si riesce ancora ad intravedere una curiosa immagine formata dalla testa di un cane (s'intuisce anche il corpo, ma è troppo rovinato) che osserva attento un curioso oggetto imbutiforme. Attorno all'immagine si riconoscono alcuni caratteri dell'antichissimo alfabeto usato da quelle popolazioni, ma di quelli se ne occuperanno i paleografi. La nostra bella archeologa invece è affascinata dal mistero di quei solchi pieni di polvere e detriti. Li pulisce un po' col pennellino di martora, ma in alcuni punti le incrostazioni sono molto resistenti. Cerca qualcosa per grattarle via, ma non ha nulla a portata di mano eccetto il suo tesserino di riconoscimento in sottilissimo, ma resistentissimo materiale plastico. Inserisce un angolo del tesserino in un solco e mentre spinge via i detriti sente una lieve ma ben distinta vibrazione fra le sue lunghe dita affusolate. Emozionatissima, ci riprova lungo un solco più pulito del precedente. MUSICA! Non c'è più alcun dubbio: quelle vibrazioni non sono altro che musica incisa in quei solchi che oggi la restituiscono pressoché intatta dopo oltre due millenni!

Ora capisci perché, mio povero bischero, a dispetto delle tue superficiali e grossolane convinzioni, io e tanti altri a questo mondo continuiamo ad avere una fede cieca nella carta stampata? Perché se tutto fosse digitale, on-line ed "in tempo reale", nel giro di pochi anni lo scibile umano sarebbe FUBAR: "Fucked Up Beyond All Recognition". Se gli Esseni avessero usato i floppy disks al posto dei rotoli di rame, magari oggi la Chiesa non si troverebbe di fronte a documenti per Lei imbarazzanti, se gli egiziani avessero archiviato tutto su CD invece che sui papiri, oggi di loro sapremmo molto meno di quel poco che già sappiamo e se Leonardo, invece di scrivere in maniera speculare si fosse affidato ad un buon programma di criptazione per poi archiviare tutto su DVD... ti saluto! La rivoluzione digitale ha cambiato il mondo nell'arco di pochissimi anni, ma questa tecnologia ha un limite enorme: è volatile, non duratura. Chi non è stupido lo ha capito da un pezzo e si guarda bene dall'abbandonare i vecchi, tradizionali strumenti analogici. E' anche per questo, cari bischeri di tutto il mondo, che io continuo a pubblicare riviste di carta e a dormire sonni tranquilli mentre Glenn Miller, incurante degli anni che passano e dell mistero che avvolgerà per sempre la sua scomparsa, continua a suonare Chattanooga-Choo-Choo.

domenica, luglio 27

Thailandia per stomaci delicati


La Thailandia è un paese bellissimo ed io, un po' alla volta, sto cercando di girarla in lungo e in largo. Per ora sono stato due volte a Bangkok e al nord durante un viaggio verso il Laos, altro paese meraviglioso. Tutta l'Indocina è splendida. Almeno così immagino, dato che in Cambogia ed in Vietnam non sono ancora stato ma conto di farlo presto, lavoro permettendo. Sono, o almeno mi sforzo di essere, un viaggiatore. La differenza rispetto al turista è sostanziale: quest'ultimo viaggia possibilmente in gruppo, prenota il "tutto compreso" da casa, non cerca e non vuole imprevisti o sorprese. Se poi, al ritorno dalla Thailandia, vi racconta che è stato in vacanza a Pattaya, allora vuol dire che è andato semplicemente a troie. Pattayà (con l'accento sull'ultima sillaba) è un'anonima località balneare a sud di Bangkok con un mare orrendo ed un'elevatissima densità di go-go bars per abitante. Praticamente un "maialificio" dove non c'è assolutamente nulla da vedere se non carne umana, peraltro spesso di qualità niente affatto disprezzabile.


Se invece siete interessati alla carne commestibile, la cucina thai ha molto da offrirvi. Questo a patto che non facciate parte di quella maggioranza d'italiani viziati, schizzinosi e pieni di fisime che pretende comunque di viaggiare per avere poi la soddisfazione, una volta a casa, di raccontare quanto si mangia male in giro per il mondo. A onor del vero bisogna ammettere che gli italiani rappresentano solo la punta dell'iceberg della "schifiltosità"; il resto degli occidentali non è da meno. Prendete ad esempio gli americani: sono uno dei popoli più arroganti, grossolani ed ignoranti della terra, ma, almeno in questo caso, l'ignoranza è per loro un'autentica benedizione.
Gli americani, in genere, non sono mai interessati a sapere cosa stanno mangiando. Infilate qualcosa in una busta sigillata o in un barattolo, scriveteci su un po' d'istruzioni per l'uso e loro si ficcheranno in bocca tutto il contenuto senza fare una piega e senza porsi domande.
Quando arrivano in Asia e vedono la roba esposta nei mercati, non reagiscono meglio degli italiani ed i loro stomaci fanno il triplo salto mortale: enormi tòcchi di carne di animali sconosciuti, mucchi di organi non meglio identificati, teste tagliate, festoni d'intestini, zampe di pollo... il tutto ammucchiato su banchi circondati da ventilatori le cui pale si sforzano inutilmente di tenere lontani gli insetti. Le foto che vedete, scattate al mercato di Nonthanburi, un sobborgo a nord di Bangkok dove i turisti non mettono piede ma i viaggiatori sì, forniscono una rappresentazione visiva di quanto sto descrivendo.


Pensate forse che tutto questo sia molto diverso da un qualsiasi mattatoio occidentale? Comunque, sebbene gli stranieri non abbiano la minima idea di cosa sia tutto quel carnaio, una volta al ristorante scoprono che i menus orientali sono molto didascalici e si attardano con dovizia di particolari sui dettagli dell'offerta: "Zampe di pollo fritte", "Muso di porco arrosto", "Ravioli ripieni di ovai di granchio"... disgustoso vero?


Da noi, sugli scaffali del supermercato, potete trovare sotto varie forme un prodotto che ha diversi nomi commerciali, ma che gli americani chiamano genericamente "Potted Meat". Si tratta di una crema dall'aspetto equivoco che ricorda, nell'odore e nell'aspetto, il cibo per cani e che probabilmente viene prodotta con gli scarti del suddetto. L'etichetta suggerisce di servirla spalmata su crackers e tartine, anche se probabilmente sarebbe più adatta ad essere spalmata su un foglio di carta igienica. Ma vediamone gli ingredienti uno per uno:
Partiallly defatted pork fatty tissue. Come dire: "grasso di maiale un po' meno grasso perché l'abbiamo sgrassato". Beef tripe (ovvero: intestini di manzo); pork stomach (chissà se assieme allo stomaco c'è anche il contenuto dell'ultimo pasto del "pòer pursèl"?); pork liver (il fegato! Ecco uno degli organi non meglio identificati al mercato!); pork fat (aridagli col grasso di maiale! Questo però è puro ed integro. L'ideale per rivestire le arterie...). Beef tongue - Lingua di bue. Non so voi, ma io ho sempre sognato di fare lingua in bocca con una mucca. Peccato solo che non ne abbia mai trovata una abbastanza vacca... Water. Sì, acqua... ma è più probabile che si tratti del liquame che scorre nei canaletti di scolo del mattatoio. Chicken - Pollo. Mmmmh... troppo generico. Lì dentro ci sono di sicuro il becco, la cresta, le zampe, il culo (non è forse "il boccone del prete"?)... tutto il pollo. Intero.
M'immagino anche i discorsi fra gli addetti al mattatoio:
"Ehi ragazzi! Intanto che macelliamo tutta la fattoria, ficchiamo anche qualche pollo nel tritacarne. Che ne dite? Però, mi raccomando: che sia intero e con tutte le penne, che come solleticano le papille gustative quelle lì!".
Flavourings
- Aromi naturali. Ovvero scarafaggi, calzini puzzolenti, sporcizia delle unghie degli addetti alla macellazione, ecc. Extractives of paprika - Estratto di paprika. Estratto?!? La paprika è già peperone essiccato in polvere... che cazzo ci sarà da estrarre, mi domando?!

Eh sì... gli americani ed anche gli italiani cultori del fast-food non se ne rendono conto, ma in Thailandia potrebbero sentirsi tranquillamente a casa propria: tutti gli ingredienti della loro dieta preferita sono lì, sui banchi del mercato. Basta solo mischiarli un po' assieme...

venerdì, luglio 25

Giai Phong! Un incontro che ti cambia la vita


Nel 1977 Eugenio Finardi (per il quale all'epoca mi occcupavo di promozione discografica) mi consigliò di leggere "Giai Phong!" ("pong", non "fong") di Tiziano Terzani, giornalista italiano e corrispondente di guerra per Der Spiegel. Il libro, per chi non lo conoscesse, è la cronaca della liberazione di Saigon che segnò ufficialmente la fine della guerra in Vietnam. Lo lessi e poi per molti anni quasi mi dimenticai di quel giornalista alto, baffuto, sorridente, ma soprattutto incazzoso come solo un toscano sa essere. La cosa non fu difficile perché, a meno di non conoscere il tedesco ed essere un attento lettore di Der Spiegel, di sue corrispondenze in Italia se ne vedevano sempre poche.
Era uno spirito troppo indipendente per poter essere amato e rispettato dalla casta giornalistica italiana, ma questo lo avrei capito molto più avanti, più o meno nel 2002.
Una sera, mentre a cena si parlava della sempre maggior influenza dell'Oriente nell'economia occidentale, un amico mi fa: "Ma tu lo hai letto "Un indovino mi disse"?
Fu una straordinaria scoperta perché mi trovai di fronte ad un uomo molto diverso da quello che avevo conosciuto più di vent'anni prima e questo mi fece venir voglia di approfondire, leggendo tutto quel che mi ero perso nel frattempo. Così ho incontrato una persona dotata di un'intelligenza ed un'umanità sconfinate che mi ha aiutato a capire qualcosa di più di me stesso e della vita e mi ha aperto gli occhi sul perché, da sempre, al contrario di Cristoforo Colombo, provo fortissimo il desiderio di "Buscar el poniente por el levante".



Quando il destino ti prende in parola...


Il 17 febbraio di due anni fa, scrivendo quello che per quasi due anni e mezzo sarebbe stato l'ultimo post, dichiarai che "adoro i gatti neri". Mai avrei pensato che di lì a poco il destino mi avrebbe preso così tanto in parola. Nell'estate di quell'anno, Minnie, una soriana abbandonata alla quale avevamo offerto rifugio, ce ne ha regalati ben quattro: Tyson (il più robusto), Ella (come la meravigliosa Ella Fitzgerald), Fusillo (sempre pronto a fare le fusa) e Squiky (perché da piccolo, più che miagolare, "cigolava"). Oggi Tyson vive a Pesaro dove ha messo su famiglia, Fusillo purtroppo è scomparso nel nulla, mentre Ella e Squiky sono rimasti con noi. Di gatti ne ho avuti tanti, ma mai nessuno delicato e affezionato come loro: mai un morso, mai un graffio nemmeno per giocare, ma solo una devozione totale, quel tipo di attaccamento che chi non conosce a fondo i felini attribuirebbe solo ad un cane. Sono ormai due anni che quotidianamente i gatti neri mi sfrecciano davanti e mi tagliano la strada infinite volte al giorno, ma fino ad oggi gli unici animali che mi hanno portato disgrazia avevano il pollice opponibile e camminavano in posizione eretta.

giovedì, luglio 24

La linea dell'orizzonte


















Per chi crede che la terra sia piatta è la "finis terrae", il bordo del piatto.

Per chi crede che sia una sfera orbitante nell'universo, è il punto d'intersezione della sfera con la tangente alla sua superficie.

Per chi non ha credenze, ma solo dubbi e infinita curiosità di sapere, è solo un fastidioso ostacolo da dover superare. Sempre e comunque.

La costa a sottovento

Qualche capitolo addietro si è parlato di un certo Bulkington, un marinaio alto, appena sbarcato, che incontrammo a New Bedford nella locanda.
Quella notte gelida d'inverno, quando il Pequod spinse la prua vendicatrice nelle onde fredde e maligne, chi mai dovevo vedere al timone: Bulkington!
Considerai con simpatia, ma con stupore e paura reverenziale, quest'uomo che in pieno inverno, appena tornato da un viaggio di quattro anni così pericoloso, poteva senza pace rimettersi in mare per un altro ciclo di tempeste. La terra pareva bruciargli sotto i piedi.
Le cose più degne di ammirazione sono quelle che non si possono esprimere, i ricordi indimenticabili non vogliono epitaffi; queste quattro dita di capitolo sono la tomba senza lapide di Bulkington.
Dico soltanto che accadeva di lui come di una nave squassata dalla tempesta, la quale miseramente avanzi lungo la costa, sottovento. Il porto le darebbe volentieri soccorso; il porto è pietoso, nel porto c’è sicurezza, comodità, focolare, cibo, coperte calde, amici e tutte le cose care alla nostra vita mortale. Ma in quella bufera il porto, la terra, sono per la nave il rischio più temibile. Essa deve fuggire ogni ospitalità; toccare terra una volta, anche soltanto sfiorando la chiglia, significherebbe far rabbrividire la nave da cima a fondo. Con tutta la sua forza essa apre ogni vela per allontanarsi da terra e, così facendo, lotta proprio contro i venti che volentieri la spingerebbero a riva e si getta di nuovo alla ricerca dei mari sconvolti, purché lontani da terra; per cercare salvezza si precipita direttamente nel pericolo: l’unico amico è il suo più spietato nemico!
Lo capisci ora, Bulkington? Sembra che tu veda barlumi di quella verità, intollerabile ai mortali; che ogni pensiero profondo e serio non sia altro che l’intrepido sforzo dell’anima per difendere l’aperta indipendenza del suo mare, mentre i venti più selvaggi del cielo e della terra cospirano per gettarla sulla spiaggia della schiavitù e del tradimento. Ma poiché solo nella mancanza di terra risiede la più alta verità, che è senza riva, infinita come Dio, così, meglio perire in quell’ infinito ululante che essere ingloriosamente lanciato sottovento, anche se questo volesse dire la salvezza.
Perché chi, allora, come un verme, vorrebbe strisciare vigliaccamente a terra?
Terrore dei terrori! E’ così vana tutta questa agonia?
Coraggio, coraggio Bulkington!
Stringi i denti e resisti, semidio!
Su dagli spruzzi della tua fine oceanica, balza la tua apoteosi!

(H. Melville, Moby Dick, cap. XXIII: "The Lee Shore" - Trad. di Cesare Pavese)

venerdì, febbraio 17

La Giornata Mondiale del Gatto

Oggi, venerdì 17 febbraio 2006, è stata decretata la "Giornata mondiale del gatto". Non so se sia un caso, ma certo che per i superstiziosi è davvero una beffa! A me, che adoro i gatti neri e che se posso di venerdì 17 cerco di volare in aereo perché ci sono sempre un sacco di posti liberi, non può fare che un enorme piacere. E allora Auguri Soufflé! Questa sera, per cena, petto di tacchino alla piastra e come aperitivo una grande poesia:

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; ritira

le unghie nelle zampe, lasciami sprofondare nei tuoi occhi
in cui l'agata si mescola al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere la tua testa e il
tuo dorso elastico e la mia mano s'inebria del piacere di
palpare il tuo corpo elettrizzato,

vedo in spirito la mia donna. Il suo sguardo, profondo e
freddo come il tuo, amabile bestia, taglia e fende simile a
un dardo, e dai piedi alla testa

un'aria sottile, un temibile profumo ondeggiano intorno
al suo corpo bruno.

(Charles Baudelaire)